Il ruolo psicologico dei nonni nella narrazione familiare

Il ruolo psicologico dei nonni nella narrazione familiare

Chi è il nonno? Il nonno è il legame con la storia, con la grande storia degli eventi, e con la piccola e più intima storia familiare, che connette il nipote con le generazioni e lo aiuta a recuperare il senso del sé.

La ricostruzione di una storia comincia quindi proprio da loro, dalle narrazioni dei nonni che, maggiormente distaccati nel tempo e negli affetti, rispetto al ruolo  esercitato di genitore, posso raccontare il passato ai detentori del futuro, i nipoti, per recuperare un nuovo senso della memoria.

I nipoti, i nuovi nativi digitali, alle prese con linguaggi e modalità comunicative sconosciute agli anziani, permettono di amplificare e arricchire la narrazione. Il racconto è a doppio canale, si dà e si riceve in questo scambio generazionale, dove i nonni restituiscono ai nipoti il senso di un tempo più dilatato, lento, dove il significato della storia per essere colto richiede pazienza. Il racconto del nonno permette al nipote di riconnettersi con i vissuti di attesa, di suspense, di stupore. Linguaggio molto diverso dall’attività frammentata e caotica del raccogliere informazioni tramite i social e internet. Si ritorna all’idea di “una cosa alla volta”. Un ridare valore a ciò che si fa come unica cosa da attenzionare in quel momento.

Il nonno, testimone, cantore della storia familiare, diventa lo strumento per riconnettere il giovane al tempo storico e al tempo vissuto, denso di emozioni. Il presente può quindi essere ricollocato lungo la linea temporale, tra presente e futuro.

Primo ruolo del nonno è quindi quello di accompagnare il nipote nella costruzione identitaria all’interno del sistema culturale familiare.

Questo compito ha i suoi pregi e i suoi limiti.

Il vantaggio è la crescita reciproca. I nonni danno ma anche ricevono molto dal rapporto affettivo con il nipote. Si recupera la condizione di gioco e di ascolto.

Fare il nonno non è tuttavia esente da rischi. Frequenti sono i casi in cui una non chiara definizione dei ruoli porti il nonno ad assumere il compito di genitore vicario, e quindi a dettar le regole educative che il bambino deve rispettare. Questo è fonte di conflitto costante con il genitore, e rischia di deteriorare la rete di rapporti familiari. Ciò accade se la nuova famiglia non ha assunto in sé una generatività autonoma. Se il genitore è ancora troppo figlio non avrà la forza per autolegittimare il salto generazionale, e soffrirà l’incapacità di assumere la funzione primaria di famiglia per il bambino.

Viceversa i modelli culturali più recenti, in una società tesa alla prestazione e all’attività costante portano a volte i nuovi nonni ad abdicare dal ruolo, a causa di difficoltà ad accettare il tempo che passa e a riconocere la propria realtà: essere il punto di partenza di tre generazioni. Il contatto con questa nuova temporalità crea a volte un black out e determina il rifiuto da parte di certi nonni nell’esercitare la propria “nonnità”. La voglia di sentirsi ancora giovani cozza mentalmente con la necessità di assumersi la veste di “vecchio saggio”. Il contatto con il nipote diventa contatto con il proprio tempo ormai trascorso e con l’avvicinarsi della senescenza. In questi casi è difficile avvicinare il nonno alle gioie della relazione con il nipote.

Il movimento positivo deve andare verso una tutela della differenza nel rispetto della somiglianza e della continuità. Solo dalla condivisione costante, dallo scambio di visioni, dal conflitto positivo, che produce nuove soluzioni e dinamiche fertili, può crearsi la nuova storia familiare, dove ognuno fornisce il suo contributo e diventa beneficiario di fertili possibilità evolutive, sia i nonni, sia i genitori, sia i figli-nipoti.

 

(Immagine di Angel Boligan Corbo)